Pechino – Parigi, una gara da temerari

Con una mega sfilata sulla celebre passerella degli Champs-Elysées è passata agli annali l’edizione 2016 della Pechino – Parigi, articolata su un viaggio di oltre un mese attraverso 11 nazioni per un totale di 13.695 chilometri percorsi. La quinta rievocazione – che ha visto alla partenza 109 equipaggi, provenienti da 26 diverse nazioni - era partita il 12 giugno ed ha raggiunto la Francia dopo aver attraversato, oltre alla Cina, Mongolia, Russia, Bielorussia, Polonia, Slovacchia, Ungheria, Slovenia, Italia e Svizzera. Quasi un centinaio gli equipaggi che sono giunti al traguardo finale.


La manifestazione ha annoverato al via 17 vetture costruite fra il 1915 e il 1930, 33 fra il 1932 e il 1941 e ben 59 fra il 1942 e il 1975. Le più anziane erano tre American La France da 14.500 cc - due costruite prima del 1915, la terza nel 1925 - con trasmissione a catena: in origine erano camion dei pompieri, la trasformazione in auto storiche ha generato dei mostri che consumano 45 litri di benzina per cento chilometri. Gli organizzatori della Era (Endurance Rally Association) le hanno suddivise in quattro categorie: Vintage (fino al 1931), Vintageant (dal 1932 al 1941), Classic car fino a 2.0 litri (dal 1942 al 1975)e Classic car oltre 2.0 litri (dal 1942 to 1975). Due le graduatorie finali: Bruce e Harry Washington (Chrysler 75 Roadster) sono risultati i migliori della categoria Vintageant mentre Mark Pickering - Dave Boddy (Datsun 240Z) hanno primeggiato nella Classic.

 

Raid di proporzioni titaniche, la Pechino – Parigi ha messo a dura prova uomini e mezzi. Tra le zone più difficoltose, il deserto del Gobi e la Mongolia, dove gli equipaggi hanno dormito per diverse notti nel deserto e dovuto affrontare prove speciali lunghe fino a 40 - 50 chilometri, pietraie e attraversare un fiume in piena. La tappa più lunga è stata effettuata in Siberia (668 chilometri, da Novosibirsk a Omsk), dove i concorrenti hanno transitato per ben 5.000 km. L’unica tappa italiana è stata quella di San Martino di Castrozza dove i concorrenti, provenienti dalla Slovenia, sono arrivati attraverso il Bellunese : un momento di calore e di colore (nelle foto di Silvia Morello) che ha coinvolto ed appassionato per un intero pomeriggio la ridente cittadina del Trentino.

 

In chiave prettamente italiana, la quinta edizione della rievocazione ha visto la partecipazione di sette equipaggi italiani, tra cui due ufficiali della Scuderia del Portello. Il primo, al via con una Alfa Romeo Giulia Ti del 1969) era quello formato da Marco Cajani, presidente della Scuderia del Portello, e da Alessandro Morteo, mentre l’altro era composto dal giornalista Roberto Chiodi con la consorte Maria Rita Degli Esposti, su una AR Giulia Super del 1973. Chiodi, un vero e proprio specialista di questi raid, ha vinto una medaglia d’oro per aver concluso in orario tutte le giornate di gara e aver disputato entro il tempo massimo consentito le innumerevoli prove speciali previste nelle cinque settimane del rally. Chiodi, inoltre, si è classificato tredicesimo assoluto, secondo di categoria e primo degli italiani.

 

Questi, infine, gli altri equipaggi italiani in gara: Mattia Nocera – Giacomo Foglia (Chevrolet Int. Tourer – 1930), Giorgio Schon – Pierre Tonetti (AR Giulia Super – 1971), Giancarlo Puddu – Lorenzo Castellini (AR Giulia Super – 1973), Francesco e Alessandro Guasti (AR Giulia Super – 1973) e Angelo Cavalli – Giovanni Gentile (Bmw 518 – 1974). (5 ago.)